Perché finanziare la diga di Ilisu?
MANIFESTO 06.10.2006
Marina Forti
La diga di Ilisu torna all'ordine del giorno. Si tratta del progetto idroelettrico che il governo turco intende costruire sul fiume Tigri in Anatolia sud-orientale (la regione kurda della Turchia), appena a valle della città di Hasankeyf e solo 65 chilometri a monte della frontiera con l'Iraq e la Siria. E' un vecchio progetto, è in cantiere da una decina d'anni e ha già suscitato polemiche e proteste - tanto che era rimasto arenato, nel 2002, quando un consorzio di aziende europee non aveva ottenuto il sostegno delle agenzie di credito all'export. E però investire in Turchia resta un affare interessante e altre aziende europee si sono fatte avanti: nel 2004 si è formato un consorzio guidato dalla austriaca Andritz AG con la svizzera Alstom e la tedesca Zueblin. Le tre aziende hanno chiesto il sostegno dei rispettivi governi: così, proprio in questi giorni le agenzie di credito all'export di Svizzera, Germania e Austria devono decidere se finanziare o meno l'impresa. Le «agenzie di credito all'export» sono gli enti (pubblici) che danno garanzie sugli investimenti (privati) compiuti da aziende nazionali in paesi terzi: una sorta di assicurazione sui rischi finanziari e/o politici corsi dalle aziende che investono all'estero.
Il fatto è che tutti i motivi di controversia su quella diga restano validi. Secondo i piani, la diga di Ilisu sarà alta 138 metri e larga 1.820 metri, la più grande in Turchia dopo la diga Ataturk (sul fiume Eufrate); avrà una centrale elettrica con 1.200 Megawatt di potenza installata. Ilisu creerà un lago artificiale ampio 313 chilometri quadrati, che sommergerà un'antica città (Hasankeyf) e circa 200 siti archeologici.
Una grande diga dunque, con tutti i problemi spesso associati alle grandi dighe e, in aggiunta, il rischio di aggravare un conflitto locale - e di aprirne uno con i paesi confinanti. Un dossier preparato dalla European Eca Reform Campaign (Campagna europea per la riforma delle agenzie di credito all'export) elenca perché il progetto di Ilisu non andrebbe finanziato (The Ilisu Dam Project: Europe's money would move Turkey away from the acquis communautaire, settembre 2006). Primo: la Valutazione di impatto ambientale commissionata dal consorzio «è inaccurata, incompleta e in certi casi contradditoria», dice il dossier, al di sotto degli standard internazionali. Il piano di risistemazione degli sfollati (Resettlement Action Plan) è discutibile: la diga avrà impatto diretto sulla vita di tra 50mila e 78mila persone, che perderanno casa, terra e attività economiche. Il dossier critica il fatto che gli espropri nell'area interessata siano cominciati ancora prima della decisione finale dei finanziatori: «La Turchia ha cominciato a cacciare la popolazione invocando una norma che era intesa essere usata solo in caso di emergenza nazionale». C'è il rischio di conflitto internazionale: è ovvio che con la diga di Ilisu (e le altre del progetto chiamato Gap, Anatolia Regional Development Plan) la Turchia controllerà la portata del Tigri e dell'Eufrate, cioè l'afflusso d'acqua verso Iraq e Siria - e i tre paesi non hanno accordi formali sulla suddivisione delle acque.
Infine il dossier parla di diritti umani violati e di conflitto: la zona in cui dovrebbe sorgere la diga di Ilisu è «caratterizzata dalla repressione della popolazione kurda». Dall'84 circa 4.000 villaggi sono stati distrutti, quasi 3 milioni di persone sono sfollate, quasi 40mila morte. E il conflitto è ripreso in questi mesi.
Difficile separare le questioni ambientali/sociali dallo sfondo politico. Ercan Ayboga, ingegnere della municipalità di Diyarbakir (il capoluogo del Kurdistan turco), fa notare ad esempio che la popolazione spesso non ha i titoli di proprietà della terra che lavora per diritto consuetudinario, e questo perché la regione kurda era stata esclusa dalla riforma agraria realizzata in Turchia quarant'anni fa. Gli sfollati delle dighe rischiano così di aggiungersi ai profughi arrivati nelle città di Diyarbakir e Batman a causa del conflitto nelle zone rurali. Ayboga, in visita in Italia giorni fa, parla di un comitato - Keep Hasankeyf Alive, «per la sopravvivenza di Hasankeyf» - formato da municipalità, associazioni professionali e altre forze sociali. Parla anche di altro progetto, meno noto ma altrettanto controverso: la serie di dighe progettate su un affluente del Tigri nella valle del Munzur, zona montuosa della regione kurda, provincia di Dersim (o Tunceli) con circa 100mila abitanti che negli anni '80 e '90 ha sofferto molto per il conflitto separatista. Le dighe non hanno una vera utilità: finirebbero per avere 360 MW di potenza installata, irrilevante. «La popolazione non è mai stata consultata», spiega l'ingegnere Ayboga: «Molti pensano che quel progetto serve solo a cancellare la comunità e la sua coesione sociale».